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domenica 20 dicembre 2015

La soglia di Giorgio

Di Riccardo Rossi

Giorgio a volte fa fatica a pensare. Gli sembra ancora assurdo: a venticinque anni ha appreso la fatica reale, non addolcita dall’energia adolescenziale, e a quaranta la stanchezza di dedicarsi alle sue passioni, il dolore di dipingere, la confusa spossatezza da lettura. Ma non era mai stato faticoso pensare. Tanto faticoso da voler smettere, a volte. Solo a volte.
Odia il nome della sua malattia. Tutti i suoi nomi. Se la chiamassero Sindrome del Coniglio Paffuto, odierebbe anche quello.
Di tutte le cose che dimentica, che gli sono sottratte, che annaspa per ricordare, quei nomi non se ne vanno mai. Sono sempre nel retrobottega polveroso e crepato della sua mente. A volte pensa che saranno l’ultima cosa ad andarsene definitivamente. A volte è un terrore che lo immobilizza completamente, lo atterrisce e lo rende impotente e poi lo fa tremare, una danza incontrollata e blasfema contro il mondo e la vita.
Non adesso.
Adesso Giorgio guarda la porta.
Si trova a quattro, cinque metri da lui al massimo.
Una voce nella sua testa sussurra: Non ce la farai. È il genere di voce che non si stanca neanche se deve balbettare per infiltrarsi tra i pensieri di Giorgio, neanche quando la comprensione si sfalda e si straccia e i frammenti di parole che emergono dal catrame della sua coscienza perdono significato, e tutto ciò che esiste sono moti e spinte disperate e stimoli spaventosi e grugniti, anche allora quella voce parla attraverso paura e tremiti; è sempre lì.
Quattro, cinque metri. Non di più.
Non ce la farai.

Il corridoio di reparto è totalmente vuoto. Non è un reparto, gli direbbe Ana, la sua babysitter. Direbbe anche che non è una babysitter, ma Giorgio già stenta a ricordare il suo nome da un minuto all’altro e si sente un bambino. Un grosso bambinone rugoso che fa i capricci perché si sente grande, ma una volta su tre ha difficoltà ad allacciarsi le scarpe.
Il corridoio è vuoto, ma non come una casa, con le finestre insonorizzate e il mondo esterno ammutolito; è vuoto solo all’apparenza, come una giungla. I colpi di tosse rauchi e continuati come ruggiti di giaguari appostati, le rotelline distanti dei carrelli a sostituire il fruscio delle foglie al vento.
La soglia è lontana, ma è l’unico modo di arrivare all’acqua per una bestia vecchia e ferita.
Bisogna sopravvivere: l’imperativo della giungla e della casa di cura. Grazie a medici e operatori e a tutta l’industria che si occupa con meticolosa affezione della cosiddetta «terza età», le gentili scale mobili per la morte. Un meccanismo male oliato e cigolante.
Bisogna sopravvivere.
Al suo primo anno in struttura, Giorgio non sa se vorrà mai davvero morire, ma sa già che Ippocrate era un figlio di puttana.
In questo momento, comunque, sopravvivere non è importante. Non per lui. Una cosa alla volta: Devo arrivare alla porta…
E se arrivare alla porta lo uccide, così sia. Giorgio è stanco della vigliacca paura della morte, ed è stanco di non vederla diminuire con la vecchiaia e la confusione e il dolore.
Ringhia e grugnisce. Il primo passo è fatto. E chi ben comincia… Il cuore gli manda una fitta al secondo passo, che lo fa quasi urlare. Il piede destro gli si schianta al suolo in assoluta passività - per un soffio, il resto del corpo non lo segue. Qualche secondo di pausa per accertarsi che non sia rotto o slogato o qualcosa del genere. Incurvato, obliquo, Giorgio si forza di ignorare le spine che sembrano essersi conficcate nella sua gamba. E compie un altro passo, con cautela, per tenersi buona almeno l’altra.
Quattro metri e mezzo…
Quattro… Sembrano passati secoli.
Non ce la farai! Squilla la vocina, in armonia con il ritmo della formicolante sofferenza che, centimetro dopo centimetro, gli annebbia la vista, gli tappa le orecchie e gli ottunde la mente. Trascina i piedi come uno zombie di Romero, in fuga dal nulla e dal silenzio. Dall’inevitabile. Dal modo in cui la vita si srotola davanti a te, ricordandoti che non sei e non sarai mai un’eccezione. Il peso di tutto ciò che non è stato a rallentarti. Un altro passo, strisciando in avanti.
Non ce la farai.


Giorgio è disgustato dalla propria situazione, da sé stesso. Non riesce a deglutire, ha il fiatone e crampi capaci di costringerlo a letto per ore già gli stuzzicano i polpacci e le piante dei piedi.
Deve arrivare alla porta.
E non è nemmeno importante! Nessuno morirà se non ci arriva, nessuno di importante, nessun tesoro andrà perduto. Gli scampoli della sua dignità perduta sono già essiccati, macchiati da un sole indifferente al punto da essere crudele. Giorgio ne avverte il colore (o lo ricorda?). Non sta difendendo nessun «onore». Oltre la soglia (disterà, ora, poco più di tre metri. Trenta passi. Trecento anni di cammino strascicato) lo aspetta l’altra parte della porta. Non c’è niente in ballo, niente di importante.
Non ce la farai.
Sente su di sé l’alito gelido e soffocante della sua paura. Immagina una creatura solo sommariamente umana, nerastra, fatta di nebbia compressa in vecchi abiti comodi e accoglienti, incolori e impregnati di sudore, con gli occhi vuoti e fumanti, che gli respira sul collo e sorride di una vittoria che non le si può sottrarre: prima o poi Giorgio cadrà, mandando la sua mente in frantumi. Se non oggi, domani. O tra un anno. Sperare in molto di più sarebbe da idioti.
Che storia banale, ghigna la voce dentro Giorgio. Invadente. Inesorabile. Che avventura triste e inutile.
Lui respira.
«Ah, ma la stai… Raccontando nel… Modo sbagliato».
La storia è un’altra. È una storia di quelle vecchie di millenni, ma anche di quelle che invecchiano bene, se non mai. C’è un eroe.
Non sei un eroe…
C’è un eroe. L’eroe ha una meta; un sogno. Grande quanto il mondo: tre metri, tre metri e venti al massimo.
Ma per favore.
Grande quanto una porta.
Sei ridicolo, ecco cosa sei.
Raggiungerlo sembra impossibile. Ci sono troppi ostacoli (Giorgio alza il piede destro e lo riabbassa: un passo vero), troppo dolore (un altro) e non è nemmeno detto che ne valga la pena (e un altro ancora).
Hai più anni che neuroni, tra un po’, vecchio. Non ce la farai. Non sei un eroe.
«Mancano due… Metri. Sono più veloce del vento. Sono un eroe».
Non sei un eroe. Non hai neanche un nome da eroe! Gli eroi sono nei cartoni animati di Giovannino e si chiamano Jack, John, Ho-Venticinque-Anni-E-So-Camminare-Per-Minuti-Interi. Gli eroi non si chiamano Giorgio.
«E che… Mi dici di… San Giorgio e il Drago? »
Non vedo nessun drago, vecchio.
Giorgio guarda la porta; lei lo fissa di rimando. Il vecchio quasi la sente ringhiare.
«Io sì».


Lo scatto è prodigioso, un concentrato di grazia e potenza che si esaurisce in circa due secondi, lasciando il posto a un incedere bestiale, incontrollato, da gorilla. Giorgio sta ridacchiando, con le labbra tirate e i denti stretti per lo sforzo.
La giungla è la sua casa. I demoni non possono toccarlo. Trapassa Draghi per sport.
L’ultimo passo è noncurante, da dandy d’altri tempi. Giorgio si appoggia privo di forze allo stipite, rilassando i muscoli con lancinante soddisfazione. Prende aria come se avesse passato il resto della sua vita in apnea; sospira, vincitore. La paura è dissolta, per ora.
Giorgio ha un bel sorriso allegro stampato in faccia mentre sente avvicinarsi i passi concitati di Ana.
Li riconoscerebbe tra mille… Quando riesce a riconoscerli (quando riesce a riconoscere una cosa qualunque). Quando non fanno paura.
Ma oggi è una giornata buona; davvero una buona giornata.
Ana mormora domande ansiose: vuole sapere se lui sta bene e fargli sapere che si è molto preoccupata; accavalla ordini e rimproveri di cui Giorgio comprende a malapena un pezzo qua e là, con un tono che nel complesso decifra come sollevato. Vorrebbe spiegarle, ma le parole si spezzano e rotolano all’indietro prima di raggiungere l’aria. Non importa.
Ha affrontato abbastanza Draghi, per un giorno solo.
Va tutto bene.
Adesso, va tutto bene.

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